di Corinna Pindaro

JD Vance e Marco Rubio incarnano due anime opposte del conservatorismo americano. Dalla fede cattolica all’Iran, fino al rapporto con Papa Leone XIV: così si gioca la corsa alla Casa Bianca 2028

Sono entrambi cattolici, entrambi ambiziosi e considerati tra i possibili eredi politici di Donald Trump. Eppure JD Vance e Marco Rubio vance rubiorappresentano due visioni profondamente diverse del conservatorismo americano.

La loro rivalità, ancora sotterranea ma sempre più evidente, si riflette oggi anche nel rapporto con il Vaticano e con Papa Leone XIV, primo Papa americano della storia.

Le origini: Appalachi contro Miami

Per comprendere Vance e Rubio bisogna partire dalle loro radici.

Vance nasce nel 1984 a Middletown, nel cuore della Rust Belt americana. Cresce in una famiglia segnata da dipendenze e povertà, con i nonni degli Appalachi come figure centrali. Dopo l’esperienza nei Marines e gli studi a Yale, entra nel mondo della Silicon Valley grazie al miliardario Peter Thiel. La notorietà arriva con il bestseller Hillbilly Elegy, diventato simbolo dell’America profonda che ha sostenuto Trump.

Rubio, invece, nasce nel 1971 a Miami da genitori cubani emigrati negli Stati Uniti prima della rivoluzione castrista. La sua è la storia classica dell’American Dream latinoamericano: studi in legge, ascesa politica rapidissima e l’elezione a Speaker della Camera della Florida prima ancora dei 35 anni.

Due biografie che riflettono due Americhe: quella bianca e rurale degli Appalachi e quella latina, urbana e cattolica della Florida.

La fede cattolica: convertito contro tradizione

Anche sul piano religioso le differenze sono profonde.

Rubio è cattolico di nascita e ha sempre intrecciato la sua fede con la politica, citando spesso la dottrina sociale della Chiesa nei temi legati alla famiglia e all’immigrazione. Negli anni ha frequentato anche ambienti evangelici, prima di tornare pienamente al cattolicesimo.

Vance rappresenta invece uno dei casi più significativi di conversione religiosa nella politica americana contemporanea. Convertitosi al cattolicesimo nel 2019, ha abbracciato una visione fortemente influenzata dal pensiero post-liberale e dal cosiddetto “cattolicesimo integralista”, critico verso il liberalismo occidentale moderno.

Lo scontro con Papa Francesco

Proprio Vance è stato protagonista di forti tensioni con Papa Francesco sul tema dell’immigrazione.

Il vicepresidente aveva difeso le politiche migratorie dell’amministrazione Trump citando il principio dell’“ordo amoris”, interpretazione contestata da molti teologi cattolici. Francesco aveva invece criticato apertamente i piani di deportazione di massa sostenuti dall’area Maga.

Il 20 aprile 2025 Vance incontrò Francesco nella sua ultima udienza privata prima della morte del Pontefice. Un momento diventato altamente simbolico nella narrativa politica americana.

Leone XIV e il nuovo gelo tra Washington e Vaticano

L’elezione di Papa Leone XIV non ha migliorato i rapporti con la Casa Bianca.

Dopo alcune dichiarazioni del Papa contro le minacce militari all’Iran, Trump ha attaccato pubblicamente il Pontefice accusandolo di “fare un pessimo lavoro”.

Le tensioni si sono così spostate su un terreno diplomatico delicatissimo, dove Rubio sta assumendo un ruolo centrale.

Rubio in Vaticano per ricucire i rapporti

In questi giorni Rubio è atteso a Roma per incontrare Leone XIV e il cardinale Pietro Parolin.

La missione viene interpretata come un tentativo di riaprire il dialogo tra Washington e la Santa Sede dopo mesi di tensioni. Rubio vedrà anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto.

È significativo che sia Rubio, e non Vance, a gestire il dossier Vaticano: un segnale chiaro dei differenti ruoli internazionali all’interno dell’amministrazione Trump.

Monaco e il doppio volto del trumpismo

La distanza tra i due è emersa anche alla Munich Security Conference.

Nel 2025 Vance attaccò frontalmente l’Europa su immigrazione e libertà di espressione, provocando reazioni durissime da parte dei leader europei.

Un anno dopo Rubio salì sullo stesso palco con toni molto diversi, sottolineando i legami storici tra Stati Uniti ed Europa e cercando di rassicurare gli alleati occidentali.

Due approcci opposti: Vance rappresenta l’anima populista e nazionalista del trumpismo, Rubio quella più diplomatica e atlantista.

Iran, guerra e politica estera

Anche sull’Iran le posizioni divergono.

Rubio è da anni uno dei più duri oppositori di Teheran e già nel 2015 aveva definito l’accordo sul nucleare “una garanzia di guerra futura”.

Vance, invece, ha espresso più volte dubbi sull’interventismo militare americano in Medio Oriente, in linea con la corrente isolazionista del movimento Maga. Pur sostenendo pubblicamente Trump, secondo indiscrezioni avrebbe manifestato forti perplessità interne sui raid contro l’Iran.

La corsa alla Casa Bianca del 2028

A Washington nessuno dubita che entrambi stiano pensando al 2028.

Trump continua a elogiare Vance come possibile erede naturale del movimento Maga, ma Rubio sta rafforzando la propria posizione grazie alla gestione dei dossier internazionali più delicati.

La sfida tra i due non riguarda soltanto una candidatura presidenziale: rappresenta il bivio ideologico del Partito Repubblicano post-Trump.

Da una parte il populismo nazionalista e post-liberale incarnato da Vance. Dall’altra il conservatorismo internazionale e istituzionale rappresentato da Rubio.

E il Vaticano, oggi, è diventato uno dei luoghi simbolici dove questa partita si sta giocando.

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